TRA TECNICA E PSICOLOGIA: IL TIME-OUT di Mauro Faberi - Simone Susio
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TRA TECNICA E PSICOLOGIA: IL TIME-OUT di Mauro Faberi

TRA TECNICA E PSICOLOGIA: IL TIME-OUT di Mauro Faberi

In alcuni sport di squadra, il regolamento prevede che il coach, o un suo assistente, possa chiedere una sospensione del gioco, un time-out, come dicono gli americani.

Il time-out è concesso in tempi e modi diversi in funzione di ciascuna disciplina. Nella pallavolo esiste anche un tempo tecnico concesso a entrambe le squadre, al raggiungimento del punteggio di 8 e 16 in ogni set; negli sport americani sono previste, in alcuni casi, sospensioni di pochi secondi, quasi sempre per favorire il lancio di una pubblicità, durante partite di livello pro; il regolamento del calcio non prevede time-out, mentre nel calcio a 5 è una regola ormai consolidata.

Anche nel basket, per fortuna direi, è possibile chiamare e vedersi concedere un time-out. Quando e perché un coach chiede una sospensione?

Principalmente quando la squadra non sta eseguendo quello che l’allenatore aveva chiesto ai propri giocatori, ovvero quando essi non riescono a rispettare il piano partita preparato in settimana. E già su questo punto si apre una discussione: in campo giovanile è giusto (formativo) preparare un piano partita? Sì, no, forse, dipende dall’età. Ogni allenatore ha la propria risposta e la propria strategia educativa. In ogni caso, anche e soprattutto in campo giovanile, il time-out è uno strumento a disposizione del coach per intervenire e correggere un gesto tecnico, una situazione di gioco o lo sviluppo di un’azione completa.

Poter parlare ai propri giocatori a bocce ferme, seppur solo per qualche istante, ma isolati dalla concitazione del gioco che si svolge in campo, permette alla maggior parte degli atleti di resettare il cervello, di ripristinare l’ordine mentale su quello che stanno compiendo, o che avrebbero dovuto compiere e si sono improvvisamente dimenticati di fare.

In un tale contesto, la psicologia entra dunque a gamba tesa come elemento di sostanziale presenza in quei pochi, ma decisivi istanti. Come deve essere il tono della voce del coach? Colloquiale, se la squadra è in controllo della gara, o se non lo è ma ha bisogno di fiducia, di rassicurazione; urlato, se serve una scossa importante all’ardore agonistico dei giocatori. Ogni time-out ha la sua storia e necessita dello stile adeguato al momento.

Si danno una, massimo due indicazioni tecniche per volta, non di più, il tempo non è molto e si rischia altrimenti di generare confusione. Si usa la lavagnetta, per aumentare il livello di ricettività dei giocatori, sfruttando anche il registro visivo e non solo quello uditivo. Non si usa affatto la lavagnetta, quando il time-out è puramente psicologico, quando la squadra è talmente allo sbando, che prima di impartire nozioni tecniche, va recuperata la testa e la mentalità dei giocatori. A volte capita.

Meriterebbe una sezione a parte il time-out tattico, perché ovviamente ogni disciplina sportiva è per forza di cose legata al proprio regolamento, ai ritmi del gioco propri di quello sport, pertanto considerazioni tattiche valide per questo sport, non lo sono per quell’altro.

In ogni caso, il time-out è uno strumento potente a disposizione dell’allenatore, per far prendere consapevolezza ai giocatori dei propri errori e quindi per permettere loro di apprendere e migliorare in maniera immediata. E i giocatori lo apprezzano, a volte addirittura lo chiedono, magari i più esperti, anticipando il coach e lo staff tecnico. Chissà se un giorno, vicino o lontano, lo ritroveremo anche nel regolamento del calcio. Da curioso e da allenatore, me lo auguro e non vi trovo controindicazioni.

 

 

 

Mauro Faberi 18.10.1975

Allenatore di Base CNA FIP dal 2008

Istruttore Giovanile CNA FIP dal 2015

Allena principalmente squadre giovanili nella fascia d’età tra 13 e 18 anni, attualmente presso la società A.S.D. Polisportiva Vobarno